IL DOLORE FA CRESCERE ???

giugno 26, 2013 in Senza categoria

the-passion-of-the-christSi pensa che basti essere dei ferventi laici, o addirittura atei, per superare le convinzioni deleterie, di alcuni dei punti di vista più nefasti, sviluppatisi all’interno del cristianesimo. In realtà non tutti i cristiani e i cristiano-cattolici ne sono prigionieri, ma non tutti i laici e gli atei ne sono liberi.
Ad esempio una convinzione diffusa (più o meno inconscia)  tra gli uni e gli altri è che la sofferenza, il dolore, porti spesso o addirittura sempre,  ad una crescita. Questo è il motivo per cui, se già ci siamo fatti del male nel momento in cui ci siamo lasciati andare, quando poi vogliamo risalire la china, rimetterci a posto, (forse inconsciamente per punirci) ci sottomettiamo nuovamente a dolore e sofferenza.
La crescita vera però, quella che non fa danni e non immette in circoli viziosi, avviene solo se si sta seguendo la strada che porta in “quella” direzione.

È vero che quella strada, per ogni comune mortale, passa sempre attraverso più o meno lunghe, e/o, più o meno gravose difficoltà, sacrifici, dolori e sofferenze. Questo non vuol dire che qualsiasi sofferenza, “sempre”, porti ad una crescita.
Nemmeno (peggio ancora) che quanto soffriamo sia indice di quanto stiamo crescendo.
Le sofferenze, specie se molto traumatiche, in realtà più che favorire, inibiscono la crescita. Visto che crescere vuol dire: superare il più possibile i problemi che ognuno di noi ha con se stesso.

Avendo una qualche idea a proposito del pensiero buddista, verrebbe da pensare che sia immune da un problema di questo tipo. Credo che generalmente sia così, ma non mi addentro molto in questo territorio, visto che non ho una conoscenza approfondita: né delle numerosissime diramazioni (con pensieri connessi) del buddismo, né delle mentalità ed atteggiamenti della numerosissima e variegata popolazione orientale il cui pensiero filosofico-religioso condivida questa stessa radice.
Posso dire che per un certo periodo ho coltivato dei rapporti con il tipo di buddismo più diffuso in occidente: la Soka Gakkai (“nam mioho renghe kyo”, per intenderci). Alle riunioni cui ho assistito ho visto spesso, almeno alcuni tra coloro che le gestivano, fare leva (più o meno subdolamente) sul senso di colpa di taluni tra i presenti. Il senso di colpa è un concetto connesso alla sofferenza, ed anche peggiore. Il senso di colpa, oltre ad essere uno strumento di plagio, non fa che bloccare qualsiasi possibilità di crescita distruggendo la stima di se.

Fortunatamente nel frattempo ho avuto un’altra esperienza, durata diversi anni, frequentando la scuola di Kung Fu fondata dal Maestro Chang Dsu Yao. Il pensiero di base di questa scuola è collegato al confucianesimo per quanto riguarda gli aspetti più esteriori, ma soprattutto al taoismo, passando per il Buddismo Chán (più conosciuto nella dizione giapponese di  Zen). L’obbiettivo di questa scuola è proprio quello di apportare una crescita, fisica e mentale (se non vogliamo chiamarla spirituale) in chi la pratica. Ad esempio dal punto di vista fisico (visto che è molto più semplice come esempio), per ottenere dei risultati occorre certo fare almeno una certa quantità di fatica, ma fare fatica e basta non da la certezza che ciò che si sta facendo serva davvero a qualcosa. Non solo, fare fatica in modo eccessivo e sbagliato può portare a danni, anche molto complicati da risolvere successivamente. E ancora, molto semplicemente, il bravissimo Maestro Moreno diceva: <<Se forzate troppo il vostro corpo, lui tenderà a difendersi. Vuol dire che invece di seguirvi nella direzione in cui volete andare, vi ostacolerà! Si chiuderà!>>.

Che dire in conclusione?

La misura è tutto, dicevano i greci. Per crescere si fatica, certamente, ma se non si prova anche della gioia, se non vi è spazio anche per il piacere e la soddisfazione, dubitiamo fortemente di essere sulla giusta direzione. Quella che serve a fare il meglio possibile di noi stessi e della nostra vita.

Cristian Barbato