CRISTIANO BERTI “CICLI FUTILI: GAGGINI”

agosto 25, 2013 in ARTICOLI

Gaggini01Si tratta della nuova opera in progetto di Cristiano Berti, a cui è possibile contribuire economicamente (da 1 dollaro in su) cliccando qui. In questo modo anche con un solo dollaro chiunque sarà in grado di contribuire ad un’opera d’arte. (per contribuire)
È un lavoro che accosta l’immagine e la storia di una cava di marmo bianco, abbandonata da circa cento anni, sulle Alpi, e l’immagine e la storia di una fontana nella città dell’Avana.
La fontana, opera dello scultore Giuseppe Gaggini (Genova 1791 – Genova 1867), è detta de la India. Rappresenta una India in veste neoclassica, è stata realizzata tra il 1835 e il 1837, a Genova, e spedita per mare. Sulle pareti di marmo della cava c’è invece la firma dello stesso scultore, che nel 1836 otteneva la concessione delle cave della zona, diventandone imprenditore. La storia ha creato un legame inatteso tra questi luoghi così distanti tra loro.
Crisiano Berti per il suo progetto intende lavorare sulla loro immagine, congiuntamente ad una ricerca storica che possa ricostruire le vicende della cava, nonché della realizzazione, spedizione e messa in opera della scultura.
Nota bene: la raccolta fondi non è ad obbiettivo fisso (tutto o niente) ma è di tipo “flessibile”, quindi tutto ciò che viene donato viene girato al finanziamento del progetto – tolta una piccola commissione – a prescindere dal fatto che l’obiettivo finale sia raggiunto. 
Grazie a questi aiuti sarà possibile realizzare:
Due panorami interattivi, uno della cava con la firma di Gaggini sulla parete di marmo, uno della piazza dell’Avana, con la fontana. Queste fotografie saranno ad alta definizione, di tipo immersivo (visione a 360°) e operabili con il movimento delle mani, senza toccarle;
Una pubblicazione digitale che riporti i risultati della ricerca storica svolta in Italia e a Cuba (80 pagine, illustrato, lingue: Italiano, Inglese, Spagnolo).

Gaggini02LA CAVA E LA FONTANA
In uso in modo discontinuo dal XVI al XIX secolo e poi abbandonata, la cava di Rocca Bianca (Val Germanasca, Piemonte) ebbe il suo momento di massima attività alla metà dell’Ottocento, quando venne data in concessione, insieme ad altre cave della zona, a Giuseppe Gaggini. Egli si recò più volte alla cava e, probabilmente nel 1836, lasciò la sua firma sulla parete di Rocca Bianca, incisa nel marmo con lo scalpello. L’impresa riuscì così bene che per un quindicennio i marmi della zona non si chiamarono più “marmi di San Martino”, bensì “marmi Gaggini”.
Gaggini fu artista di una certa fama e ricevette richieste da molti committenti. Tra questi vi fu Don Claudio Martinez de Pinillos, conte di Villanueva, che gli commissionò la fontana detta Fuente de l’India. L’opera di Gaggini, completata probabilmente nel 1836, prese la via del mare e giunse all’Avana nel 1837. La fontana, nota anche come Fuente de la Noble Habana, divenne ben presto un cardine simbolico della città ed è tuttora indicata dalle guide turistiche come una delle sue opere di maggiore spicco e interesse.
Protetta da quattro feroci delfini “alla Greca”, questa nobile selvaggia tiene con la sua mano destra lo stemma della città, e nella sinistra una cornucopia. Questa scultura non avrebbe potuto rappresentare meglio le pretese dei proprietari di piantagioni creoli, poiché sembra che la donna dica: Io ho le chiavi della città e possiedo il segreto per rendere questa terra feconda. In questo monumento l’Ideale Europeo è stato vestito di piume: è la India degli Indiani, un riferimento diretto ai coraggiosi nativi di cui, come Las Casas aveva detto quattro secoli prima, nessuno poteva più parlare.
(Buscaglia-Salgado, J. F., Undoing Empire: Race and Nation in the Mulatto Caribbean, University of Minnesota Press, Minneapolis, 2003, p. 225)

BACKGROUND CONCETTUALE
L’opera “Gaggini” fonde due immagini e storie che concernono luoghi lontanissimi tra loro, per collocazione geografica ed aspetto, seppure uniti da un tenue tratto comune.
Il fatto che la Fuente de la India sia collocata in uno dei gangli vitali della capitale cubana, costantemente circondata dal movimento di persone e mezzi, contrasta fortemente con il panorama alpino di Rocca Bianca. La firma di Gaggini che resta là, in alta montagna, lontana dagli sguardi degli uomini, mi appare come un ideale trait d’union tra la scultura uscita dal suo studio e lo scenario selvaggio da cui furono tratti i marmi che presero il suo nome.
Fontana e firma vengono infine ricongiunte con “Gaggini”. Accostandone le due immagini si produce un rovesciamento di prospettiva: all’esotismo dei Caraibi, qui stemperato dalla modernizzazione, si va contrapponendo l’immagine di un Europa in forma di rudere preda della natura. Si ribaltano i ruoli tra vecchio e nuovo continente, la metropoli sta ai tropici e la natura la fa da padrona nel cuore dell’Europa. L’Europa appare esotica e a fare da ponte tra questi due mondi lontani è la storia.
Critiano Berti: “Questo lavoro è il primo di una serie che chiamo dei “Cicli Futili”. Un ciclo futile è una dissipazione di energia, un processo che spreca energia.
Sono termini usati in biochimica, ma il mio progetto non ha nulla a che vedere con la biochimica.
Riguarda la storia, la ricerca storica e il suo significato oggi.
Mi sto interrogando, cioè, sul presente e sul futuro di questa disciplina. Mi chiedo non solo quale sia la capacità della storia di contribuire all’interpretazione della realtà, in un mondo che sempre più mescola culture e genti, ma anche come possa sopravvivere, la pratica della ricerca storica, in un mondo che fa della velocità un valore imprescindibile.
Con i “Cicli Futili” guardo alla storia facendone strumento di un progetto artistico, mi travesto da storico andando alla ricerca di fatti minuti, ma non irrilevanti, eppure trascurati fin qui. Rifletto sulla ricerca storica, ma a ben vedere basta sostituire un aggettivo per capire a cos’altro sto pensando.”

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