1992 “LE STRAGI DELLA BELLEZZA” (In Italia ci sono “istituzioni” e “istituzioni”)

novembre 28, 2014 in ARTICOLI

Salvatore Borsellino

Giovedì 27 novembre, all’Auditorium del Majorana a Grugliasco, si è svolto un incontro con Piera Aiello e Salvatore Borsellino. All’inizio di uno dei fogli di presentazione della serata, consegnati all’entrata, c’era una frase di Albert Camus che recitava: ”Nel mondo vi è la bellezza e vi sono gli oppressi, per quanto difficile possa essere, io vorrei essere fedele ad entrambi”. Dopo aver ascoltato, ad inizio serata, la compagnia “Viartisti Teatro” precisare ed insistere nel dichiararsi una compagnia di teatro civile, ho capito meglio il senso in cui si è intesa utilizzare questa frase. Comunque appena letta ho sentito nascere in me un’obiezione, in quanto la frase suggerisce si possa anche essere fedeli alla bellezza essendo infedeli agli oppressi, e viceversa. Su questo non mi sarei trovato d’accordo prima dell’incontro, ma non mi ci trovo neanche dopo e a maggior ragione.

All’epoca delle stragi di Capaci e Via D’Amelio ero poco più che ventenne. Piansi lacrime amare di rabbia. Piansi lacrimoni, quando ascoltai Rosa Costa (vedova Schifani), parlare dal pulpito della chiesa durante il funerale per la strage di Capaci. Ho pianto tante volte guardando le interviste, i commenti, le testimonianze registrate di Falcone e Borsellino, tra le quali ce ne sono alcune che ancora oggi non posso ascoltare senza perdere il controllo di me stesso. 

A cosa sono dovute queste lacrime? A dolore, rabbia, sconforto, senso di impotenza? Certo. Ma forse non solo.

La commozione mi ha assalito più volte anche l’altra sera, durante le letture che la compagnia Viatris Teatro ha proposto, di stralci del libro “Maledetta Mafia” di P. Aiello e U. Lucentini. Così come durante i racconti in prima persona di Piera Aiello (“tragicomici” come li ha definiti lei). Commozione ancora, durante le testimonianze di Salvatore Borsellino, anche quando racconta simpatici e spensierati momenti di vita quotidiana con il fratello Paolo.

Ci ho riflettuto ed ho capito. Oltre la rabbia, il senso di avvilimento, c’era un altro elemento a provocare in me quella reazione emotiva. Io mi commuovevo ad ogni pie’ sospinto, perché da quel palco veniva rovesciata sulla platea, ed a getto continuo, luminosa ed incandescente “bellezza”. Bellezza vera! (Ma si può chiamare bellezza la bellezza finta?) La bellezza di un uomo come Paolo, continuamente spronato dalla madre, insieme a Salvatore, a leggere. Leggere il più possibile. Ancora Paolo, il quale dice che il vero motivo per cui lottare e non rinunciare mai, è “l’amore”. Tre volte “l’amore”. La bellezza infinita di Salvatore, vero in ogni istante della sua vita. Con o senza microfono. Su o giù dal palco. Con tutte le sue incertezze e rimpianti di fratello, nonostante tutta la lotta che affronta oggi, senza mezzi termini e senza compromessi. La bellezza di una donna come Piera Aiello, che parla sorridendo e ridacchiando spesso, come raccontasse un aneddoto qualunque, mentre ci rende partecipi di una vita fin da giovanissima chiusa in vicende più enormi di chiunque. Costretta a sposare contro la propria volontà un uomo da cui desidera allontanarsi, appena capisce appartenere ad una famiglia affiliata a cosa nostra. Costretta al matrimonio sotto minacce per la propria incolumità e dei propri genitori, che ama tanto. (Ancora oggi, per motivi di sicurezza, può incontrare la madre solo di tanto in tanto, dandole appuntamenti in luoghi imprevedibili in giro per l’Italia). Piera è bella anche quando scende in altre descrizioni particolareggiate della vita da testimone di giustizia (dopo l’assassinio del marito). Una vita che “non è” e “non può” essere normale. Una vita isolata e difficile, che si accetta solo in quanto unica possibilità per respirare “fresca aria di libertà”, dignità e giustizia. Bella anche quando dice di sentisti fiera di essere riuscita a ricostruirsi una vita, malgrado la disperazione in cui cadde nel periodo immediatamente successivo le stragi. Bella! E la commozione mi attanaglia ancora la gola e avrei voluto abbracciarla, come avrei voluto abbracciare Salvatore. Non per dare un conforto impossibile, ma per ringraziarli di tutta la bellezza che stavo ricevendo.

In realtà tutta la vicenda delle stragi dei due magistrati e delle loro scorte, oltre al dolore, la tragedia, paradossalmente portano sul proscenio della nostra storia: la bellezza. A chi può pensare che stia farneticando, ricordo che i due magistrati non sarebbero stati annientati se non fossero state delle anime belle, aderenti alla verità senza compromessi e senza nessun limite nel voler arrivare fino in fondo. Per “amore”. Amore di giustizia, amore della vita degna di questo nome. Amore per la loro terra. Una terra meravigliosa come la Sicilia e il resto del sud, ridotte ad inferno e fogna dell’intero paese.

In un mondo giusto non occorrerebbero le tragedie per rendere evidente la bellezza, ed è ad un mondo così che aneliamo e per cui Giovanni e Paolo sono morti. Ma purtroppo viviamo in un mondo in cui occorrono ancora martiri, perché la massa faccia un passetto in avanti nel capire dove sta la bellezza, la verità. Vedendola viva in uomini e donne come Nino Di Matteo, Piera Aiello, Salvatore Borsellino, Paolo Borsellino, Falcone, Francesca Morvillo, Emanuela Loi e tutti gli uomini della scorta. Riuscirà mai, la maggioranza degli italiani, a capirlo? Anche solo per “contrasto” con il torbido, con la raccapricciante figura delle istituzioni che salgono sul palco, alla presenza di Salvatore Borsellino e Piera Aiello, inscenando la farsa del paese “normale”, fatto di istituzioni totalmente in difesa dello stato, che lottano con sacrificio contro i mafiosi brutti, sporchi e cattivi come Totò Riina? Quando è vero che vi sono parte delle istituzioni, la cui punta massima è rappresentata da magistrati come Nino Di Matteo, che cercano di riscattare lo stato e la legalità a rischio della propria vita. Purtroppo però ci sono altre parti delle istituzioni che “impediscono”, o non si sollecitano a migliorare la protezione dello stesso Di Matteo. Che tacciono, sui maggiori mezzi di comunicazione, le minacce di cui è vittima. E che ancora, ostacolano il suo lavoro ponendo “veti” sulle domande che “si possono” o “non si possono” fare, nel corso delle indagini che mirano ad accertare la regia del come e perché Borsellino, Falcone e le rispettive scorte siano stati ridotti in poltiglia.

Concludo dicendo: non credo si possa essere fedeli alla bellezza essendo infedeli a qualsiasi verità. A maggior ragione se si tratta della verità degli oppressi e dei giusti, “massacrati” per la loro bellezza.

Cristian Barbato